Gli artisti selezionati

ALESSANDRO DI MAIO | ELENA BAROGLIO | GERARDO SCHIAVONE | SALVO CARUSO

SARA BONAVENURA | SIMONA MANCINI | SIMONE LOI | STEFANO GRECO

01 - Alessandro Di Maio

ALESSANDRO DI MAIO

D: Qual è il tuo background artistico e qual è l’abilità principale di un compositore secondo te?

R: Ho cominciato ad avvicinarmi alla musica studiando la chitarra elettrica, per poi cominciare un percorso di studi in tecnico del suono al conservatorio di Frosinone. Durante il triennio di studi in tecnico del suono, ho sviluppato sempre più interesse per il dipartimento di musica elettronica dello stesso conservatorio. Dopo la laurea in tecnico del suono, infatti, mi sono iscritto al biennio di “Composizione Audiovisiva Digitale” del dipartimento di Musica Elettronica, affrontando il tema della composizione con un approccio diverso da quello dei conservatori classici.

Si è data tantissima importanza al rapporto tra suono e immagine, al timbro, allo sviluppo di una sensibilità nella scelta ed elaborazione dei materiali compositivi, alla gestione della forma compositiva di un brano ecc.

Gli studi che ho seguito in questi anni mi hanno portato a concepire suono e musica come un’entità unica, a trattare il suono in maniera musicale e viceversa, a trattare la musica lavorando soprattutto sul timbro, sullo spazio e sul senso di essa.

Quando lavoro nel reparto sonoro di un prodotto audiovisivo, preferisco concentrarmi nella

sezione del sound design, perché penso sia la fase più creativa e stimolante della produzione sonora in generale. Nel Sound Design non esiste il pensiero “non si può fare”, può essere creato tutto. Un buon sound designer può modellare totalmente lo stile sonoro di un prodotto, trasformando espressivamente e sensorialmente un ambiente in modo di massima incisività.

Con l’avvento della musica concreta il divario tra suono e musica si è annullato: la tecnologia ci permette oggi di creare musica da qualsiasi elemento. Basta avere un piccolo registratore portatile e abbiamo tutto il mondo che ci circonda a disposizione, sta solo a noi donargli la giusta musicalità. Infatti, mi piace integrare anche con una musica più tradizionale dei suoni naturali e concreti.

Ai giorni d’oggi abbiamo così tanti strumenti a disposizione che spesso siamo confusi su quali utilizzare e come. L’abilità di un compositore nel 2016 secondo me è quella di dare un senso al materiale che si sceglie e canalizzarlo in un messaggio concreto e fruibile.

D: Cosa ti ha portato a comporre un brano come “Dichotomia”?

R: Ho sempre avuto una fortissima empatia con tutti i suoni naturali, sin da bambino. Affrontando con il passare degli anni percorsi di studio come la composizione, il sound design e la produzione sonora di prodotti audiovisivi non potevo non elaborare un brano che trattasse il tema del paesaggio sonoro naturale. Il tutto è nato da un’elaborazione di registrazioni di campane tibetane (strumento che adoro particolarmente) creando un’atmosfera cupa e tensiva. Da questa sperimentazione è venuto l’input di creare un dialogo tra una dimensione che si potrebbe riferire al cosmo e una dimensione naturalistica. Ho voluto dare la sensazione di cambiamento e trasformazione della natura. All’ascolto spesso si potrebbe avere la sensazione di indebolimento della natura, ma in realtà lo intenderei semplicemente come trasformazione. Alla fine infatti, nonostante la natura sia meno ricca rispetto a prima, si sente che è rinata, e che si sta riformando, nonostante il conflitto che ha subito.

D: Cosa ne pensi del tema del festival, del “paesaggio che scandaglia le facce della trasformazione”?

R: Appena ho letto il tema del festival ho avuto un sussulto proprio perché avevo finito di comporre da poco il brano “Dichotomia”, che tratta proprio di questo tema. Sono sempre molto vicino a temi che riguardano l’analisi e l’osservazione del paesaggio, perché penso che abbiano una fortissima influenza su ognuno di noi. Io sono nato e cresciuto a Roma, ma nonostante ciò ho sempre accusato il caos e la frenesia di una grande città. Spesso infatti, mi rifugio nei grandi parchi che Roma per fortuna offre (soprattutto il Parco della Caffarella, che posso ritenere come la mia seconda casa ormai). Mi piace osservare tutti i suoni che si manifestano naturalmente e che formano una grandissima composizione, che sta solo a noi percepire ed ascoltare.

La concezione di paesaggio sonoro infatti è molto lontana da molte persone, a causa del forte inquinamento acustico che attanaglia moltissime regioni. Non si ha più una “cultura del paesaggio sonoro” proprio perché non gli si dà la giusta importanza, ed io con “Dichotomia” ho voluto dare una buona fetta della composizione semplicemente all’ascolto della natura che manifesta una musicalità spontanea. La natura è incredibile e spesso crea delle armonie bellissime, ma spesso nemmeno ci facciamo caso.

02 - Elena Baroglio

ELENA BAROGLIO

D: Qual è il senso del titolo “Qui non ci sono alberi”?

R: Il titolo ha due significati fondamentali. Il luogo dove “Non ci sono alberi” è il luogo dell’assenza di gravità, un luogo sottomarino ed un luogo sonoro. Sott’acqua siamo privi di peso, aerei come il suono. Il ritorno all’acqua è un ritorno all’origine, in quel liquido amniotico in cui ancora la vita non ha potuto ferirci con i suoi colpi. Un atto di auto-riconoscimento, di ricongiunzione a sé, di guarigione e di rinascita. Il suono che ricerco è il suono della generazione, quella vibrazione presente prima ancora che qualcosa cominciasse ad esistere. In quel luogo dove “Non ci sono alberi” siamo protetti, sostenuti ed ancora connessi con quell’ unità da cui proveniamo.

L’ispirazione di questo titolo è però venuta da un’antica favola giapponese che parla di un giovane pittore che decide di andare a studiare l’arte della sfumatura da un celebre maestro. Questo maestro lo informa che impartisce le sue lezioni solo all’alba e al tramonto, passeggiando tra i fiori. Dopo poco che i due camminano per il giardino il giovane si accorge che il maestro è cieco! Sulle prime tentato di andarsene, decide però di rimanere per risolvere il mistero di come può un cieco insegnare l’arte del colore. Dopo poco il maestro chiede “Adesso chiudi gli occhi e dimmi cosa vedi” e il giovane  ”Se tengo gli occhi chiusi vedo tutto nero” e il maestro “Io riesco a vedere il blu delle rane e il giallo del cielo, ho tutti questi colori dentro di me, come si potrebbe dire che sono cieco?”.  Il giovane rimane perplesso ma dopo poco, per cercare di non deludere il maestro, chiude gli occhi e dice “Ah…si! Anche io comincio a vedere!”, ”E cosa vedi ?” dice il maestro cieco “Vedo il rosso degli alberi!” e il maestro, sorridendo, risponde, “Ma non è possibile, qui non ci sono alberi!”.

D: Da dov’è nata l’idea di questo video, qual è la sua genesi?

R: L’idea di questo video è nata in una piscina, una mattina d’agosto con il mio amico e maestro Andrès Neumann e suo figlio Renè. Uscita dall’acqua Andrès mi ha detto: “Ma tu sei un pesce!!! Quando sei in acqua e quando canti hai un grande potere.” Poi mi ha domandato “Qual è la connessione tra il tuo rapporto con l’acqua e il tuo canto?”.  Mi ha anche detto di non rispondere subito ma di aspettare. Questo video è la risposta a quella domanda.

Tempo prima avevo scritto una poesia che parlava del suono che si sente quando si è sott’acqua e così ho pensato di utilizzare quella poesia e lavorarci musicalmente con i due improvvisatori che mi hanno accompagnato. In origine pensavo a due tracce separate ma poi, durante la registrazione, abbiamo improvvisato unendo il tutto. Per le immagini ho deciso di fare delle riprese sottomarine, cercando di riprodurre la mia sensazione nello stare sott’acqua, auto-riprendendomi e facendomi riprendere.  Successivamente le immagini sono state montate sulla musica aggiungendone anche altre fuori dall’acqua come contrappunto, il risultato è quello che vedete.

D: Questo video è un’opera isolata o fa parte di un progetto?

R: Questo video è pietra iniziale di un progetto più ampio che sto portando avanti con il gruppo di improvvisazione musicale REI formato da me, il contrabbassista Roberto Bellatalla e il percussionista Ivan Macera, con i quali abbiamo creato lo “Short splash” uno spettacolo-concerto basato su testi da me scritti. Un incontro all’essenza tra musicisti-nuotatori che creano suggestioni e ambienti sonori tra parole, immagini sonore, dimensioni parallele e comuni, particolari ed universali. Da questo lavoro sta anche nascendo l’idea di un secondo video basato su un altro dei miei testi che usiamo nello “Short Splash”.

03 - Gerardo Schiavone

GERARDO SCHIAVONE

D: Come è nata l’idea di realizzare questo corto?

R: L’idea di partecipare ad un concorso legato al problema delle trivellazioni è stata di Alessandro Bolettieri, Aiuto regista, schierato nei no-triv. Alessandro è riuscito a coinvolgere Me e Daniela Cetani in questo concorso al quale abbiamo vinto un premio per la sceneggiatura.

Questo ci ha dato coraggio nel provare a produrre il corto sulle nostre sole forze, coinvolgendo amici, parenti e altri professionisti lucani che hanno voluto collaborare.

D: Quanto tempo ci è voluto?

R: Dall’idea di partecipare al concorso alla stesura della sceneggiatura un mese. Con la sceneggiatura pronta e 1 mese di pre-produzione abbiamo organizzato la produzione con soli 3 giorni di riprese, dall’alba al tramonto. La post produzione è durata più di 6 mesi.

D: Perché hai scelto di ambientare il cortometraggio a Matera?

R: Il problema delle trivellazioni risuona in tutta la Basilicata eccetto che a Matera, città bellissima che sta per diventare capitale europea della cultura nel 2019.

La scelta di inserire trivellazioni sulla murgia “Patrimonio dell’Unesco” è ovviamente un gioco di contrasto che vuole coinvolgere lo spettatore.

04 - Salvo Caruso

SALVO CARUSO

D: Da dove hai preso l’ispirazione per il tuo elaborato?

R: Già avere un tema da cui prendere spunto è un ottimo punto di partenza per qualsiasi lavoro. Ma all’interno di esso ho cercato di trasmettere delle sensazioni che si possono provare nell’arco della vita.

D: Il Fiore protagonista del tuo elaborato  che cosa rappresenta? 

R: Il fiore rappresenta la fragilità (ma anche la forza) non solo dell’essere umano, ma in questo caso soprattutto della natura. Inserito in un contesto che non lo appartiene, si ritrova in  lotta  per preservare la sua identità.

D: Su cosa ti piace lavorare in particolar modo?

R: Ho una passione per i videoclip musicali, quindi in tutti i miei lavori cerco di far collaborare al massimo la musica con le immagini.

05 - Sara Bonaventura

SARA BONAVENTURA

D: In molte tue produzioni collabori con altri artisti, performer e musicisti. Ti piace collaborare e come credi sia possibile allineare occhi diversi su un unico punto di fuga all’orizzonte?

R: Credo sia possibile grazie all’empatia. In diverse situazioni, anche alcune più commerciali, la mia spinta è empatica. Ho iniziato a considerarmi videomaker nel momento in cui varie persone mi hanno chiesto di collaborare, per videoclip o interventi di videodanza. Io sono un’autodidatta e devo dire che è sempre stato importante collaborare anche per sentire un commitment diverso dall’autodisciplina che spesso ci rende noiosi a noi stessi e agli altri. In particolare il rapporto con Carla Bozulich, a cui ho fatto questo video, è importante perché lei è una specie di mentore. Carla scherzosamente mi chiama Sara the visionary – sentirmelo dire da lei è uno sprone a continuare ad esserlo.

D: E come riconosci questa consonanza empatica? Come nascono le collaborazioni?

R: Le collaborazioni non so bene come nascano. Sono consonanze un po’ magiche in cui riesco a sentire da dentro, empatia vuol dire questo. Per me è naturale ascoltare con la pancia anche se poi la mia formazione mi ha portata ad intellettualizzare molto. Però spesso se ascolto la testa e non la pancia le cose non funzionano. Bisognerebbe educare le sensibilità non solo le menti, io credo; per essere fiduciosi ed imparare a riconoscere le magie fertili. Collaborare significa avere fiducia nell’altro, abbandonare le proprie acque chete che rompono i ponti.

D: Ma tuoi progetti personali come nascono? Progetti futuri?

I progetti personali nascono da occasioni più varie, l’ultima una residenza/workshop con Joan Jonas, in Spagna, alla Fondazione Botin, dove sono arrivata a concepire una mia installazione comunque in seguito a diversi confronti, non solo con questa grande artista ma anche con altri giovani emergenti da lei stessa selezionati.

Al momento sto lavorando ad un lungo progetto di animazione frame by frame, in cui cerco di intrecciare videodanza e disegno animato, idea nata da un progetto collaborativo che però sto portando avanti con tecniche che implicano un lento e paziente lavoro solitario.

06 - Simona Mancini

SIMONA MANCINI

D: Sei in concorso a “Percezioni- Musica e Immagini” con “Desert Moon”, sei una regista ma come mai hai scelto di partecipare nella sessione musica?

La mia partecipazione nella sessione musica ha stupito anche me! Ho semplicemente pensato fosse un’ottima occasione per confrontarmi con un settore che non è propriamente il mio. Io provengo dall’audiovisivo, e l’attitudine alla composizione nasce soprattutto per necessità lavorative, così da permettere ad ogni prodotto realizzato di avere una propria anima musicale, originale e adeguata. La prima esigenza di poter contare su una musica originale avvenne nel 2001 per il mio primo cortometraggio “Blue” ispirato a un classico della letteratura francese “L’Assommoir” di E. Zola. In seguito. Lla stessa necessità di creare un vestito musicale per un mio progetto riaffiorò nel 2008, per il mediometraggio “Caso a parte”, per il quale composi ben sei brani. Da quel momento in poi, sia la musica che il linguaggio delle immagini hanno iniziato a viaggiare insieme. Negli ultimi anni, ho intensificato la mia produzione elettronica usufruendo di supporti digitali e della divulgazione su piattaforme on-line, come ad esempio Soundcloud dove potete seguirmi cercando il nickname SOUNDOKI.

D: Come nasce “Desert Moon”?

“Desert Moon” è la Titletrack di un concept album autoprodotto, tutti i brani raccontano la scoperta di questa luna deserta. Quindi “Desert Moon” oltre ad essere il mio “ariete”, rappresenta lo sviluppo di un progetto molto più ampio, che mi ha permesso di sperimentare sonorità sempre nuove e improbabili.

D: Cosa ti aspetti da questa partecipazione?

Trovo che questo Festival sia innovativo e sicuramente avrà un grande impatto anche in seguito.  Credo che faccia confluire pienamente i due settori artistici: la musica e le immagini, dando la possibilità di fonderli e di farli evolvere vicendevolmente. Proprio come spiegavo prima. La ragione che mi ha spinto a partecipare è essenzialmente questa e, inoltre, ho la possibilità di vivere questo festival con una doppia anima, da regista sono ansiosa di conoscere i lavori dei miei colleghi e da “composer” sono entusiasta di essere in gara nella categoria musica.

07 - Simone Loi

SIMONE LOI

D: Il tuo percorso?

Ho sempre pensato al fare artistico come ad una sfida verso il mezzo di espressione stesso, atto al raggiungimento della metafora. Al fine dunque di restituire il valore simbolico dell’immagine, credo che sia fondamentale riuscire ad essere quanto più elastici e malleabili possibile rispetto alle infinite possibilità di indagine che l’arte ci offre.

Nascono così i miei progetti, progetti intesi come lavori in divenire, stratificati come le linee della metropolitana, viaggiano su binari che possono incrociarsi oppure scontrarsi fragorosamente. Sono sempre il frutto di un’urgenza e fragilità interiore che non teme di essere mostrata. Possono essere ripresi o abbandonati oppure possono correre simultaneamente.

Ogni progetto è contraddistinto da un medium che può variare a seconda di quale metafora desidero rappresentare. Una volta deciso l’argomento da affrontare, per intuizione e urgenza personale o in seguito alla meditata lettura di quotidiani e opere letterarie, lascio che l’idea, formatasi spontaneamente nella mia mente, decanti nella memoria. Poi procedo documentandomi sull’argomento, lo studio in profondità e solo in un secondo momento decido con quale materia_medium trattare l’argomento. Spaziando dalla riflessione esistenziale e politica sulla condizione umana all’introspezione poetica nell’universo delle emozioni e dei sentimenti, alla suggestione del gioco e dell’immaginazione, dalla rivisitazione delle tradizioni popolari al valore simbolico del paesaggio.

Posso quindi proporre dei lavori che si diversificano per strategia e forma, ma che pure si riferiscono tutti a un medesimo filo conduttore: la Fragilità, come cifra dell’esistenza, e le sue differenti sfumature.

Dopo un’infanzia trascorsa disegnando, nel 2001 ho conseguito la maturità artistica all’Istituto Statale Ciusa Romagna di Nuoro nella sezione Oreficeria. In quegli anni mi sono innamorato della musica e ho iniziato a suonare per la necessità di esprimere una malinconia che mi avvolgeva come in un limbo, creavo una serie di melodie come ricerca di una possibile colonna sonora ai sogni pazzeschi che vivevo la notte.

I sogni sono stati l’inizio della mia ricerca artistica all’Accademia di Belle Arti di Urbino nella sezione di Pittura, ogni notte avevo alcune immagini da appuntare e alla fine decisi di provare a dipingerli o almeno a focalizzarne i simboli principali. Studiai il Sogno nel profondo, osservandone la sua fenomenologia dall’interno e nella teoria attraverso Freud, poi lasciandomi sedurre da Jung. Il sogno divenne il centro delle mie tesi di diploma in Psicologia della forma: Dentro il sogno – esperienze di readymade del simbolo onirico.

Dalla pittura, seguendo la medesima necessità di condensare il valore metaforico dell’immagine, fui guidato a lavorare sulla fotografia. Le immagini che ricercavo nascevano fotografando i riflessi sul pelo dell’acqua e ribaltando successivamente il soggetto, facendo sì che il riflesso divenisse la realtà. Le immagini che proponevo avevano sempre una forte connotazione onirica, i soggetti erano ripresi nel passaggio delle figure vicino ad uno stagno che avevo decretato fosse il mio teatro. Le immagini di grandissimo formato creavano come delle finestre liquide nella realtà e furono notate da Maurizio Coccia l’allora direttore del Trevi Flash Art Museum che le volle esposte in una mostra da titolo Ounting e successivamente nel 2004 fui invitato alla mia prima personale a Su Palatu in Villanova Monteleone dal titolo Attraverso lo Specchio. Per espandere il progetto dei riflessi_ribaltati decisi di affrontare la simbologia della natura morta, in questo caso fotografando in studio il riflesso degli oggetti sul tavolo; nascevano così la serie di fotografie Still lies, fotografie che sembravano dipinti del ‘600 come pura finzione pittorica.

In questi anni fu importante l’incontro con Massimo Vitangeli che mi diede spazio in alcune mostre importanti, la prima al M.A.N di Nuoro nel 2006 attraverso il workshop Videolive, in coppia con il miofratello gemello Giordano Loi. Proponevamo una video-installazione performativa all’interno della mostra Confini – Boundaries. Per la prima volta uscii dagli schemi della fotografia per affrontare il tema dell’esilio_emigrazione tanto caro a noi Sardi; insieme al mio gemello affrontammo la metafora della tenda da campeggio come “impossibilità di poter mettere radici”, cercando di ricreare il sapore di sentirsi sardi in eterna transumanza verso i terreni fertili del lavoro al di là del Mare. Due cellulari, uno dentro la tenda nel museo e l’altro in giro nel “Mondo”, videochiamavano e interagivano con i fruitori dell’opera. Questo è stato il primo lavoro dai risvolti politici che mi ha permesso di amplificare gli orizzonti e trattare dei temi sociali che non avevo avuto modo di far convergere nei lavori precedenti. Dopo il Man la formula dell’Evento è stata pura necessità di spingersi oltre i propri limiti.

Nel 2007, in Inghilterra per ragioni di studio, ho così dato vita al progetto STEAL THIS APPLE che si proponeva di indagare come un opera d’arte fuori dal contesto museale possa interagire con la vita di tutti i giorni e modificare i costumi delle persone. In questo caso attraverso dei volantini invitavo la gente a ricercare e rubare delle mele dipinte di giallo lungo la metropolitana yellow circle line di Londra; una volta individuate le mele (esposte come in una mostra con tanto di etichetta, intenti del progetto etc.), uno scritto sotto l’opera invitava ad interagire con essa, rubarla dal luogo dell’esposizione, ritrarsi con un autoscatto mentre si compie il gesto ed inviare la foto ad una casella mail. La magia di Londra è unica e tutte le mele furono rubate, le persone interagirono con il progetto e lo interpretarono donando dei risvolti inediti. Nel 2008 riproposi l’evento di Londra cambiando un po’ la formula, in questo caso dipinsi le mele con i dodici colori della metropolitana e, attraverso una performance, esposi le mele all’interno dei dodici treni accompagnate dallo slogan Influence art in the making. La performance per l’installazione delle mele durò due ore al termine delle quali avevo un’esposizione mobile lungo le viscere di Londra.

Nel 2009 Massimo Vitangeli invitò me e mio fratello Giordano Loi a realizzare un evento all’interno dell’Accademia di Urbino. Nasce così TWIN FRACTURES in cui Giordano esponeva una videoinstallazione con il tema della velocità applicata alle sue sculture dinamiche, io invece proponevo FRAGILE, una serie di oggetti distrutti e ricomposti stortamente come metafora delle relazioni affettive che si cerca di ricostruire, una sorta di “estetica del frammento” e contemplazione della fragilità.

Nel 2010 su invito di Massimo Vitangeli, ancora in coppia con Giordano, realizzammo TENT’SWINDOW, una videoinstallazione performativa interattiva che riprendeva il lavoro fatto al MAN nel 2006. Questa volta la nostra tenda da campeggio s’interfacciava con una serie di altre tende realizzate da artisti sparsi per l’Europa, derivandone la riflessione sul nomadismo dell’arte aperta alla partecipazione attiva degli spettatori.

Nel 2010 nasce l’evento MARE DEI MUTAMENTI con la supervisione dell’artista internazionale Bruna Esposito, riproposto in maniera continuativa fino ad oggi. Nello stesso anno l’evento VETROVUOTO con la supervisione dell’artista internazionale Franko B e di Vitangeli, lavoro che riprendeva il discorso iniziato con FRAGILE ed invitava i fruitori dell’evento a confrontarsi profondamente con un tema controverso come il VUOTO.

Ancora nel 2011 il progetto PLEASANTVILLE, nato dall’urgenza fisica del ritorno al disegno. I ritratti di Pleasantville hanno come comune denominatore la messa a fuoco dello sguardo del personaggio ritratto, come una moderna Spoon River racconto i volti di un piccolo paese, Dorgali. Il passo successivo è la realizzazione di un profilo facebook di Pleasantville dove vado ad allegare ai ritratti dei singoli personaggi degli aneddoti della loro vita, una sorta di memoria storica fruibile sulla rete che permette di collegare i volti al personaggio di un paese. È un progetto sulla memoria.

TZUNAMI_IL GIOCO DELLA VITA nasce durante l’anno accademico 2011 all’interno dell’Accademia di Belle arti di Macerata, indirizzo scultura a cura di Franko B, è il progetto nel quale ho sperimentato per la prima volta l’utilizzo del giocattolo come mezzo di indagine. Il lavoro consiste in una serie di immagini fotografiche che fermano gli attimi successivi ad un ipotetico disastro nel quale diveniamo pedine_giocattoli di un piano a noi sconosciuto. Per realizzare questo set fotografico ho costruito una scenografia del cataclisma sulla superficie di un banco da gioco, ho disposto gli omini lego e gli animali e ho invaso il tutto di una colata di materia plastica bianca. Dopo il gesto della colata mi sono meravigliato della casualità in cui si sono ammucchiati i giocattoli, della metafora dello sfacelo, infine ho ripreso il tutto con la macchina fotografica per un totale di una ventina di scatti.

Da questi presupposti si giunge infine a LA PRIMAVERA DI QUIRRA.

In questo progetto fotografico posso dire realmente di essere riuscito a far convivere molte problematiche a me care, sia dal punto di vista estetico che di denuncia politica. Ho inviato le foto al concorso A-Banda indetto dal museo fotografico Su Palatu ed è stato scelto insieme ad altri nove progetti fotografici per completare una rosa dei giovani fotografi sardi under 30. Durante la mostra a Su Palatu il mio progetto è stato visionato dal curatore Mario Casanova, direttore del CACT Centro Arte Contemporanea Ticino, per far parte della mostra DEEP INSIDE_DISSOCIATIONS, insieme ad una ristretta serie di giovani artisti internazionali. LA PRIMAVERA DI QUIRRA, progetto fotografico 2011.

Il Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze del Salto di Quirra è un luogo blindato e le relative immagini possono essere viste su molti blog su internet. Continuare a fotografare la miseria di Quirra mi sembrava banale, ma realizzare il suo simulacro molto più eccitante. All’interno di questo territorio, dove in alcune zone non cresce più l’erba, sorgono e crescono le case e le famiglie di decine di pastori che lavorano su una terra ormai satura di tutte le scorie che l’industria bellica europea ha riversato nel loro “parco”. Il terreno e il mare vicino a Quirra sono diventati i paradisi lussuriosi delle principali forze europee, concubine del dio Marte, ogni nuova arma prodotta è stata testata e abbandonata sul suolo, noi non possiamo lontanamente immaginare il quantitativo di materiali altamente contaminanti che è stato riversato, non sapremo mai cosa hanno testato nella loro “sala giochi”, possiamo solo vedere i cumuli di macerie che nessuna bonifica riuscirà mai a sanare. In mezzo a tutta questa merda i pastori e i soldati hanno continuato a nutrirsi e ad ammalarsi in quelle terre assolate e sono andati a morire in solitudine come cani ammalati. Quella di Quirra è una guerra tra poveri, chi ha conosciuto quella terra non la abbandonerà mai, conserverà nella sua casa i figli deformi, cercherà di sopravvivere e l’agnello storpio morirà dopo il parto.

Ho cercato quindi di ricostruire questo paradiso corrotto e le sue contraddizioni, da un lato i pastori, dall’altro il terreno minato con i suoi animali al pascolo. Ho cercato di mettere in luce la miseria di questo parco giochi degli stati europei e la loro guerra di finzione. Come recita lo scritto della mostra: A Quirra la guerra è un gioco simulato quanto lo sono i soldatini di plastica, è illusione di un teatro potenziale, creato artificiosamente e vestito di retorica. L’unica cosa vera è la morte che affligge la comunità. La paura di andare contro i poteri forti, la ribellione che si tramuta in autocondanna.

A Quirra la guerra è finzione, è un esercizio di stile, ma la morte è reale. A Quirra la guerra è un gioco simulato quanto lo sono i soldatini di plastica, è illusione di un teatro potenziale, creato artificiosamente e vestito di retorica. L’unica cosa vera è la morte che affligge la comunità. La paura di andare contro i poteri forti, la ribellione che si tramuta in autocondanna.

Questo lavoro cerca di mettere a fuoco una problematica sociale attraverso l’uso dei giocattoli come mezzo di indagine. Nasce così una riflessione nella riflessione che erige il suo teatro sul piano infinito della metafora. Uno specchio e un non luogo.

MirrorMirror video 2012

Il riflesso di una donna su uno stagno esprime simbolicamente la vulnerabilità e la non accettazione del sé. Come in una sorta di anti Narciso, la distruzione della propria IMMAGINE diventa l’unico strumento per evadere da se stessi, evasione che non può fare a meno di ritornare sui propri passi nel riformarsi dell’immagine sullo specchio dell’acqua. MirrorMirror è il simulacro di una vita che va in pezzi ma che continuamente ritorna per ricominciare, il ripartire anche se non se ne hanno le forze, l’errore che riemerge e la ripetizione del gesto con andamento ostinato portato fino alle sue estreme conseguenze; in una poetica del dolore interiore che si nutre di rotture e malsani tentativi di ricomposizione.

Invito il fruitore ad indossare le cuffie come gesto di isolamento interiore. METACITY video 2012 Metacity racconta di come le relazioni tra le persone stiano cambiando profondamente, nei luoghi pubblici, nelle piazze, negli autobus, anche tra amici ci si ritrova ad essere vicini ma distanti, ognuno preso da cosa succede online senza rendersi conto di essere offline per chi si ha affianco. Questo isolamento determina un non-spazio intorno all’individuo, o meglio un’architettura invisibile che divide e separa le persone. L’intimità di questo spazio sta divenendo sempre più importante, assumendo delle connotazioni quasi sacre ed inviolabili, in quanto determina una sorta di seconda “casa” che ci consente di disconnetterci dal mondo circostante. Probabilmente questa sorta d’isolamento è fisiologico e irreversibile, e l’aumento del numero di cellulari ed apparecchi multimediali per individuo, soprattutto in Italia, ne è un esempio anche in questo momento di crisi economica mondiale. L’uso del cellulare è in aumento perché gli avanzamenti tecnologici rendono le persone dipendenti da questi oggetti, ne consegue una sorta di tirannia dell’Oggetto e della Macchina e allo stesso tempo un’assoluta, o quasi, inconsapevolezza di quanto stia accadendo.

Il video METACITY parla dell’isolamento del navigatore connesso alla rete, dove i pezzi del computer diventano zattere o piccole piazze alla deriva. L’architettura della nostra vita sta cambiando e bisogna inevitabilmente seguirne il flusso.

Senza alcuna pretesa di monito educativo, ma con la semplice intenzione di fermare lo sguardo sui nuovi usi e costumi popolari, da questi presupposti è sorta in me la necessità di architettare una visione metaforica di questa realtà.

Nasce così un viaggio verso un Altrove fatto di vestigia di tecnologia obsoleta. Pezzi di modernariato presi da vecchi pc dismessi divengono piazze e grattaceli, e campi verdi di natura sintetica. Città fluttuanti lievitano sospese su un mare di Luce Neon che si fa Demiurgo ubique e ai miei occhi incarna l’idea prossima di una nuova spiritualità oltre i confini della tecnologia. O l’infinito nulla a cui nessuna tecnologia può sottrarci.

In questo non-luogo ho creduto fosse meglio far dialogare dei primati invece che l’uomo, in quanto rappresentano la quintessenza del potenziale evolutivo umano e allo stesso tempo ne divengono una visione sarcastica di un certo modo comune di lasciarsi rincoglionire dai vari network.

In METACITY c’è solitudine e alienazione, ma anche infinite possibilità di creare collettivamente e partecipare di un TUTTO che non deve prescindere dal nostro quotidiano. LAST MIDNIGHT video 2012 Last Midnight cerca di mettere in luce il lato decadente dello Spettacolo, attraverso uno sguardo nel buoi della platea alla ricerca di un pubblico assente. Lo spettacolo diventa lo spettatore che non c’è, al suo posto è il suono delle macerie del cinema abbandonato, il cadavere scricchiolante del Tempo che logora i luoghi che venivano chiamati centri culturali. Last Midnight è il tentativo di rivivere gli ultimi attimi dello show prima che cali definitivamente il sipario, la messinscena si ferma e l’attenzione è verso il pubblico, Il video diventa allora come un possibile last show, che lascia trasparire tutta la sua intima fragilità. Sulle note di Midnight, the stars and you salutiamo il fantasma del consumismo che si è nutrito e ha consumato il suo pasto.

AUTISM DISORDER 2.0 video 2015

AUTISM DISORDER 2.0 è un viaggio nell’isolamento tecnologico intrapreso nel video precedente METACITY (2012). L’uso del cellulare è in aumento perché gli avanzamenti tecnologici rendono le persone dipendenti da questi oggetti, ne consegue una sorta di tirannia dell’Oggetto e della Macchina e allo stesso tempo un’assoluta, o quasi, inconsapevolezza di quanto stia accadendo. Il cellulare diviene quindi oggetto d’indagine e mezzo attraverso il quale girare il video, è l’archetipo della nuova comunicazione, o meglio della comunicazione auto referenziata quindi “autistica”. Questo isolamento determina un non-spazio intorno all’individuo, o meglio un’architettura invisibile che divide e separa le persone. Nel video AUTISM DISORDER 2.0 ritrae labbra che si muovono e non emettono suoni, mani che digitano linee e pulsanti invisibili, grida che non hanno suono e musiche che raccontano di due luoghi vicini ma incomunicabilmente distanti.

D: Progetti per il 2016?

R: Il percorso artistico incontra la Naturopatia, nel 2016 dopo tre anni di studi prenderò la qualifica di naturopata. È interessante come l’Arte incontra il benessere psicofisico e come l’Arte può davvero essere un prezioso strumento per entrare nelle profondità nascoste della persona. Questo connubio ha delle radici lontane in quanto la mia evoluzione personale e artistica è sempre andata di pari passo: sogni, i simboli, lo studio dell’interpretazione della simbologia onirica è iniziata quando avevo sedici anni, un periodo complesso dove ogni Segno poteva avere un Senso, dove i simboli aprivano un mondo nuovo e mi aiutavano ad uscire da una sorta di isolamento, da una difficoltà a raccontare cosa mi stesse accadendo Dentro. Oggi il mio lavoro artistico sta nella decodifica analogica della realtà, ogni nostro vissuto ha una storia, ha una simbologia che ci racconta fuori da noi (nel quotidiano) cosa accade dentro di noi, riuscire a ad osservare la nostra realtà in maniera distaccata è un prezioso strumento per conoscerci. Per arrivare a questo è stato fondamentale lavorare con Cristobal e Alejandro Jodorowsky. Il loro approccio è quello di entrare in risonanza con la persona, scavare nel profondo e attraverso un’azione artistica teatrale costruita ad hoc si va scardinare il blocco emozionale, l’Arte, l’azione artistica, diventa così un Arte che Trasforma e che Libera.

D: Quale può essere il ruolo dell’arte in questo periodo storico?

R: L’Arte, dal mio punto di vista, ha il compito di portare consapevolezza, deve interagire con il fruitore, entrare in risonanza con esso, aiutarlo ad evolversi e spezzare le cristallizzazioni mentali. Al termine di questo processo alchemico, l’Opera deve ricomporre ciò che aveva separato e riportare Amore e Bellezza nel cuore di chi la vive. L’Arte deve mostrarti il tuo Conflitto e scoprire il tuo Talento.

08 - Stefano Greco

STEFANO GRECO

D: Qual è stato il percorso musicale che ti ha permesso di arrivare ai suoni scelti per il brano?

R: Adoro la musica Trip-Hop, Downtempo e più in generale la musica Elettronica e Sperimentale. Gruppi come i Massive Attack, i Portishead o i Boards Of Canada hanno avuto e hanno tuttora un ruolo molto importante nei miei ascolti. Così ho deciso di seguire questo filone per il brano da presentare al festival perché è quello che più riesce a predispormi internamente e a farmi affrontare la fase creativa proprio come se fosse un viaggio con una partenza e una destinazione.

D: Quali sentimenti ti hanno ispirato non solo in relazione alle tematiche di partenza ma anche rispetto al contesto in cui viviamo?

R: Sono molto legato al tema dell‘ esplorazione e del paesaggio. Avere a che fare con questo tipo di tematiche mi mette a mio agio. Il fatto stesso di dividere il brano in 2 parti completamente diverse ma allo stesso intrecciate tra loro deriva proprio da questo. Personalmente non sono riuscito a creare un brano solo pensando al paesaggio naturale: quando avevo concluso la prima parte del pezzo sentivo che mancava qualcosa e allora ho deciso di rivoltare la situazione e immaginarmi in un contesto urbano, feroce e rumoroso. Facendo una metafora un po’ simpatica è stato come aver messo Tarzan e Robocop seduti allo stesso tavolo mentre parlano del più e del meno sulle loro vite.

D: Cosa pensi dell’attuale situazione musicale e culturale Italiana?

Credo che l’ Italia sia un paese ricolma di eccellenze. Solo in Puglia ho notato che ci sono davvero molte persone che si dedicano alle attività culturali e alla musica con un livello di sensibilità molto più alto e soprattutto ci sono sempre più festival e contest sul territorio nazionale dove ci si può mettere in gioco e proporre il proprio lavoro. Il festival “Percezioni” credo sia un esempio chiarissimo a favore della mia tesi perché ha dato modo a chiunque volesse di proporre una personale interpretazione su un tema che sembra scontato ma in realtà ricopre un ruolo molto importante nella nostra vita perché la riveste! Poterlo fare usando i suoni e le immagini è stato bellissimo.